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lunedì 7 marzo 2011

LA FOTOGRAFIA E LA PAROLA: STRUMENTI A DISPOSIZIONE DELLE DONNE



CONTRASTI APPARENTI
LA LUCE: EVENTO EMOZIONALE INATTESO
L’OMBRA: FRAMMENTI IN RICOMPOSIZIONE O ESPLOSIONE
LA FOTOGRAFIA E LA PAROLA: STRUMENTI A DISPOSIZIONE DELLE DONNE
Di Alessia e Michela Orlando
Le scomposte irruzioni nel mondo e nei corpi delle donne proseguono irruente e barbare. Ci sono strumenti, come l’obiettivo fotografico, che possono solo registrarle. Non è dato sapere se la figura umana posta tra l’obiettivo e la mano della donna che fotografa e il soggetto fotografato sia un suo antagonista o se ne stia lì a rimpiangere, a desiderare, a sperare, ad abbracciarne le stesse incombenti sorti: sarà un nuovo inizio, un ritorno al grembo, o la fase finale dell’innestato processo di autodistruzione, la fine di tutto? È quel che definiamo realtà, eppure è ciò che non si fa ritagliare dall’occhio nudo, confuso anche nel decodificare le immagini. La macchina fotografica, con il gioco luce-ombra, la sfiora, la narra, ma non può che dircela sempre parzialmente, con violenza o con dolcezza patinata. Nessuno, neppure l’artista, può davvero isolarla o modificarla. Tuttavia, e ciò è fenomeno magico, la fotografia può aiutare chi sia teso nel tentativo di svelare retroscena; seppure in filigrana, ci espone due intenzioni: quella del fotografo e quella di chi osserva. E talvolta riesce a narrare ben oltre il loro volere. È, questo, l’ultimo meccanismo che resta da indagare e forse crea spazi inimmaginabili per gli studiosi: che fine fanno tutte le immagini che, sempre più velocemente, si affastellano in un gorgo vorticoso? In quale misura intervengono negli universi che si avvitano nelle coscienze di ogni essere umano e gli conferiscono una indubitabile singolarità, generando misteriosi meccanismi per l’evoluzione futura? Non è dato saperlo, ma si può dedurre il loro lavorio incessante, capace di travalicare il reale quotidiano, tracimare nei sogni, sposare dimensioni oniriche di cui resta traccia nei ricordi mattutini. Oppure no.
La realtà è il mostro che spesso si appalesa. Quello che non si mostra, invece, non è detto sia meno pericoloso di quel che appare.
Si tratta, dunque, di trovare temi e strumenti che svelino, che uniscano, che facciano nascere sentimenti e luoghi di condivisione. Occorre farlo presto, senza attendere i momenti di lutto e senza necessariamente inventarsi feste.
Oltretutto: alle donne la vita non può e non deve far solo paura. Non può indurle a isolarsi.
Dal versante della parola: nulla deve fermarla. Nulla deve inibirla o censurarla.
Lo strumento narrativo da scegliere è tutto sommato irrilevante.
Potrebbe essere la fiaba, la canzone (quante se ne conoscono di già confezionate capaci di aiutare, narrare, indicare?), il racconto breve, il romanzo di genere, il romanzo tout court, la poesia, il testo per teatro o per solo reading…
Ma può essere anche una INVETTIVA.
Potrebbe trattarsi, dunque, di poche parole, ma ricche di carica emozionale e, perché no, di carica eversiva se è vero che dentro la parola di verità, comunque sia narrata e a qualunque epoca faccia riferimento, si possa trovare traccia di una elaborazione emancipatoria, se è vero che in esse ci sia già la voglia di cambiare e l’ndicazione-traccia del percorso.
Noi abbiamo scelto di usare entrambi gli strumenti.
L’immagine, 15 scatti declinati al femminile, in un insieme che si auto-narra, è nella mostra CONTRASTI, la cui slide-video installazione si può vedere qui:
http://www.youtube.com/watch?v=zqqDGPELdj4
Per la parola, invece, tenendo conto della ormai prossima data dell’8 marzo, si è scelto INVETTIVA.
Si tratta di un post firmato dalla sola Michela, che è stato selezionato nel concorso COOP FOR WORDS 2010 ed è pubblicato nella antologia MUTAMEMORIA.
Le parole utilizzate sono schizzate via dalla mente, senza freni. E, così come qui si possono raccogliere, l’8 marzo, alle 8 e alle ore 11 in replica, saranno declamate e diffuse nell’etere dalla web radio Radio RSC: http://www.radiorsc.it/
Quel che abbiamo fatto è stato semplicemente rispettare i due strumenti. Non vanno lesi mai, siccome è proprio quel senso di libertà che offrono a consentire di trasformare un mezzo espressivo, rivoluzionandolo perennemente, spingendolo sino alle estreme conseguenze, nel suo ruolo di narratore non obiettivo, di voluta documentazione evolutiva, che va ben oltre la mera e illusoria necessità di copiare artisticamente la realtà. Checché se ne dica.
INVETTIVA
Ora basta! Se fossi uno scaricatore di porto la metterei così: -Avete rotto i coglioni! Che cazzo mi guardate a fare, non bastano i quintali di tette siliconate esposte sia nella cosiddetta TV pubblica che nella commerciale? Che cazzo mi guardate a fare se dopo le lotte di Liberazione, la Costituzione , il ’68, lo Statuto dei Diritti dei Lavoratori, il ’77, la donna deve essere bella per essere assunta e far carriera? Che cazzo mi guardate a fare se volete che i corpi siano rassodati, se perdete la testa dietro i culi brasiliani? Non perdete tempo: sono una che se ne fotte di avere una prima, pressoché zero, di seno. E non voglio essere intelligente: lo dice chi non capisce una minghia e non si sa da chi sia stato patentato a farlo. Voglio girarmi e ritrovare lo sguardo di mia madre, ricordare la foto che la ritraeva in una manifestazione di sole donne. E voglio incontrare gli scaricatori di porto, i lavoratori puzzolenti di sudore, non i complimenti. Voglio ricordar la vita. Cazzo!

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