PER RIPRENDERCI LA NOSTRA DIGNITA'

martedì 1 marzo 2011

1 MARZO: RASSEGNA STAMPA


Sono tornata nella Locride per dire basta


di Anna Carabetta, La Riviera, 20 febbraio 2011
Che ci faccio qui? Ho appena finito un lauto pranzo domenicale preparato con tutti i crismi della tradizione locale dalla anziana padrona di casa, una matriarca. Sono seduta tra i numerosi componenti della famiglia, non conosco nessuno, neanche Alessandra, la giovane laureata disoccupata che mi ha invitato.
Da giorni lavoravo in rete per diffondere l’appello “se non ora, quando?” lanciato con l’associazione Di Nuovo che ho fondato con altre donne circa due anni fa a Roma.


La ministra e le radical chic


di Riccardo Brun, Roma C’è, 13 febbraio 2011

Un milione di persone230 piazzenessun simbolo di partito, la voglia di intervenire sul presente e sul futuro, la bellezza normale delle donne italiane. Lamanifestazione di domenica scorsa è stata questo e molto altro. È stata unospettacolo di colorisorrisidonneuominibambini. Non pochi i casi in cui famiglie intere di tre generazioni sfilavano tenendosi per mano, come cantava la Marini. Queste donne scese in piazza chiedono di non vivere in un paese come questo, nel quale una rappresentazione feroce e superficiale della vita induce le ragazze a offrirsi a pagamento per fare carriera. Chiedono di non vivere in una società corrotta da una politica che legifera contro la prostituzione ma la pratica nel privato.
La 
mercificazione del corpo delle donne non è un fatto nuovo, ma è nuovo che tenti di diventare senso comune, è nuovo che sia il potere politico a eleggerla a sistema prioritario per fare carriera. È nuovo, poi, che la mercificazione del corpo femminile diventi sistema di selezione della classe dirigente. Non è nuovo, ma è triste, che pur di non far cadere quel potere politico che li fa mangiare, schiere di cortigiani e cortigiane dicano e in fondo che male c’è”, oppure “lo fanno tutti”, oppure ancora “tutte le donne vorrebbero essere al posto delle amiche del Presidente del Consiglio”. Ebbene la manifestazione di domenica ci racconta, ove mai ce ne fosse bisogno, che non è così. Che c’è un’altra Italiaci sono altre donne. Assomigliano alle mie amiche, alle mie colleghe, alla maggior parte delle donne che ho incrociato nella mia vita.
Mi ha colpito che, a fronte di una manifestazione di quella forza e di quelle proporzioni, il 
Ministro Gelmini abbia definito le donne scese in piazza domenicapoche radical chic”. Ora, sul “poche”, che dire? Le sarebbe bastato farsi un giro aPiazza del Popolo. Era un fiume, una moltitudine, un popolo, appunto. Ma cosa intende quando dice radical chic? Secondo il Dizionario della lingua italiana Hoepli, radical chic significa: “chi segue e sostiene per moda e per snobismo idee politiche estremistiche e radicali: borghesia r., i r. dei salotti alla moda.”
La definizione “radical chic” venne coniata dal giornalista americano 
Tom Wolfe, in un articolo sul New York Magazine del giugno 1970, per riferirsi ai promotori e spettatori di un concerto organizzato per una raccolta di fondi in favore del Black Panther Party, l’organizzazione afroamericana marxista-leninista nata alla fine degli anni ’60 negli Stati Uniti. In Italia l’espressione fu ripresa da Indro Montanelli nel celebre articolo Lettera a Camilla, in forte polemica con Camilla Cederna, quale ideale rappresentante dell’italico “magma radical-chic”, superficiale e incosciente culla degli anni di piombo. Il radical chic è quindi portatore di idee estremistiche e radicali non per convinzione, ma per snobismo e moda. Professa la rivoluzione, ma non ci crede per niente. Ha le spalle coperte, ma ciancia di assalto al cielo. E’ uno snob. Ammettiamo allora lo snobismo, seppure non si capisca quale snobismo ci possa essere nelle centinaia di migliaia di lavoratrici italiane che erano in piazza. Ma quali sarebbero le idee estremistiche delle donne italiane che sono scese in piazza, e dei figli, mariti, fratelli, padri, che erano al loro fianco?
Non accettare la 
rappresentazione della donna come pura merce di scambio sessuale. Non accettare che possa esistere un potere che distribuisce prebende e ruoli politici in cambio dei suddetti favori sessuali. Voler ricordare ostinatamente che questo paese è fatto in gran parte da donne che “lavorano fuori o dentro casa, creano ricchezza, cercano un lavoro (e una su due non ci riesce), studiano, si sacrificano per affermarsi nella professione che hanno scelto, si prendono cura delle relazioni affettive e familiari, occupandosi di figli, mariti, genitori anziani. Tante sono impegnate nella vita pubblica, in tutti i partiti, nei sindacati, nelleimprese, nelle associazioni e nel volontariato allo scopo di rendere più civile, più ricca e accogliente la società in cui vivono.”  Infine nel testo dell’appello le promotrici aggiungono: “Il modello di relazione tra donne e uomini, ostentato da una delle massime cariche dello Stato, incide profondamente negli stili di vita e nella cultura nazionale, legittimando comportamenti lesivi della dignità delle donne e delle istituzioni”. Questo è l’estremismo che è uscito fuori da quelle piazze. La richiesta che non si torni indietro. L’affermazione pacata del fatto che le donne italiane non sono disponibili a essere rappresentate come corpi in affitto. Che la loro sessualità non è né uno strumento per fare carriera, né un elemento di coercizione agita o subita, ma uno dei fulcri della  loro libertà. Maria Stella Gelmini, Ministro di tutte le italiane e tutti gli italiani, considera estremistiche e snobistiche idee che sono fortunatamente assolutamente radicate nella storia e nella vita delle donne italiane. Semmai, per la gran parte delle donne e degli uomini di questo Paese, queste idee sono talmente ovvie e indiscutibili che nel 2011 non ci dovrebbe essere nemmeno bisogno di gridarle in piazza.



Feminists for the Italian Future


di Nancy Folbre, New York Times, 21 febbraio 2011
A considerable number of Italian women – and men – took to the streets on Feb. 13 to protest Prime Minister Silvio Berlusconi’s personal behavior, cultural values and social policies. Carrying signs such as “Italy is not a whorehouse,” they directed their immediate ire at Mr. Berlusconi’s highly publicized dalliance with a Moroccan immigrant dancer, Karima el-Mahroug, nicknamed Ruby Heart-Stealer, who turned 18 in October.
The prime minister has been ordered to stand trial on charges of paying for under-age sex (before Ms. Mahroug’s last birthday) and abuse of office, the latter for his role in obtaining Ms. Mahroug’s release after she had been detained and accused of theft. But the demonstrations also protested a larger climate of disrespect for women. Mr. Berlusconi owns major television stations that depict women as highly sexualized but empty-headed decorations for game shows. His political patronage seems to reward beautiful women primarily for their compliance with his wishes.
In an effort to learn more about the protest, I contacted several Italian economists who study gender issues. Elisabetta Addis, a member of the Di Nuovo Group, which organized the demonstration, directed me to the English language version (scroll down the page) of the group’s “Appeal” condemning corruption: “A widespread attitude offers to young people the idea of reaching glamorous goals and easy money by giving up their beauty and intelligence to the one in power, who is willing to pay back with public funds and positions.”
Annamaria Simonazzi of La Sapienza, University of Rome, who serves on the editorial board of the journal Web site InGenere, explained that the protest focused on “dignity” but also raised concerns about equality of opportunity in the family, the economy and society as a whole. Employment opportunities for women in Italy remain quite limited by European standards. Francesca Bettio, an economist at the University of Siena (who is also on the editorial board of InGenere), pointed out that policies reducing workers’ rights to job security and declines in public-sector employment, exacerbated by the current recession, have left many young women facing the prospect of a long chain of underpaid temporary jobs.
The supply of both public and market-based private child care has remained quite limited despite increases in women’s employment. InGenere offers extensive discussion of how little Mr. Berlusconi’s government has done to address the problems of work-life reconciliation. His welfare minister believes that grandparents, rather than public services, should fill the gap. But Italy’s elderly also require extensive care, largely provided by women.
As Cristina Solera, a sociologist, explained, “Italian women are still polarized in an ‘opt-in opt-out’ participation pattern: either they remain lifelong housewives, never entering paid work or interrupting it around marriage or childbirth without ever re-entering, or they remain lifelong workers.”
Considerable evidence suggests that both cultural and institutional rigidities have contributed to a dramatic decline in birth rates in many countries, sometimes described as “birth strike.” Many women, fearing the effect of economic vulnerability on their potential children as well as themselves, simply avoid motherhood.
If Italian birth rates remain among the “lowest low,” far below replacement levels, Italians will become extinct. In coming centuries, their culture may be represented only by historical relics in the country’s once-magnificent museums and archived videotapes of Mr. Berlusconi’s game shows.
The prime minister will have his day in court. But whatever the outcome of his formal trial, he will go down in history as a political leader who slowed his country’s adaptation to modern gender roles and speeded its demographic decline. Italians who protest his personal and political values are not just winning greater respect for women. They are improving their country’s prospects for the future.
TRADUZIONE

Le femministe per il futuro italiano


di Nancy Folbre, New York Times, 21 febbraio 2011
Un numero considerevole di donne italiane - e uomini - sono scesi in piazza il 13 febbraio per protestare contro il comportamento personale del primo ministro Silvio Berlusconi, i valori culturali e le politiche sociali. Portando cartelli come "L'Italia non è un bordello", hanno diretto le loro ire immediato al flirt molto pubblicizzati di Berlusconi con un ballerino marocchino immigrato, Karima el-Mahroug, soprannominato Ruby Heart-Stealer, che ha compiuto 18 anni in ottobre.
Il primo ministro è stato ordinato di stare in giudizio con l'accusa di pagare per il sesso minorenni (prima l'ultimo compleanno Signora Mahroug) e abuso d'ufficio, il secondo per il suo ruolo a ottenere lo svincolo Ms. Mahroug dopo che era stato arrestato e accusato di furto. Ma le manifestazioni di protesta anche un clima più grande mancanza di rispetto per le donne. Berlusconi possiede stazioni televisive importanti che dipingono le donne come decorazioni fortemente sessualizzato, ma dalla testa vuota per il game show. Il suo patronato politico sembra premiare le belle donne principalmente per la loro conformità con i suoi desideri.
Nel tentativo di saperne di più sulla protesta, ho contattato alcuni economisti italiani che studiano questioni di genere. Elisabetta Addis, un membro del Nuovo Di Gruppo, che ha organizzato la manifestazione, mi ha indirizzato alla versione in lingua inglese (scorrere la pagina), del gruppo "appeal" che condanna la corruzione: "Un atteggiamento diffuso offre ai giovani l'idea di raggiungere obiettivi di glamour e soldi facili, dando la loro bellezza e intelligenza a quello di potere, che è disposto a rimborsare con fondi pubblici e posizioni ".
Annamaria Simonazzi de La Sapienza, Università di Roma, che fa parte del comitato editoriale della rivista sito Web InGenere, ha spiegato che la protesta finalizzati alla "dignità", ma ha anche sollevato preoccupazioni circa la parità di opportunità nella famiglia, nell'economia e nella società come una intero. Le possibilità d'impiego per le donne in Italia restano piuttosto limitati rispetto agli standard europei. Francesca Bettio, economista presso l'Università di Siena (che è anche nel comitato editoriale di InGenere), ha sottolineato che le politiche di riduzione dei diritti dei lavoratori 'per la sicurezza del lavoro e la riduzione dell'occupazione nel settore pubblico, aggravata dalla recessione in atto, hanno lasciato molti giovani donne di fronte alla prospettiva di una lunga catena di posti di lavoro temporanei sottopagati.
La fornitura di pubblico e di mercato l'infanzia privata è rimasta piuttosto limitata nonostante l'aumento dell'occupazione femminile. InGenere offre un'ampia discussione di quanto poco il governo Berlusconi ha fatto di affrontare i problemi di conciliazione vita-lavoro. Il suo ministro del Welfare ritiene che i nonni, piuttosto che i servizi pubblici, dovrebbe colmare la lacuna. Ma l'Italia gli anziani, necessitano di cure vasto, in gran parte garantiti da donne.
Come Cristina Solera, un sociologo, ha spiegato, "le donne italiane sono ancora polarizzati in un 'opt-in" opt-out' del modello di partecipazione: o rimangono casalinghe tutta la vita, senza mai entrare lavoro retribuito o di interrompere intorno matrimonio o il parto, senza mai rientrare , o restano tutta la vita dei lavoratori ".
Evidenze considerevoli suggerisce che entrambi le rigidità culturali e istituzionali hanno contribuito a un drastico calo dei tassi di natalità di molti paesi, a volte descritto come "colpo di nascita." Molte donne, temendo l'effetto della vulnerabilità economica sui loro figli potenziale così come loro stessi, è sufficiente evitare maternità.
Se i tassi di natalità italiani restano tra i "più bassi bassi", ben al di sotto dei livelli di sostituzione, gli italiani si estingueranno. Nei secoli a venire, la loro cultura può essere rappresentato solo da cimeli storici in musei una volta splendida del paese e video archiviati di spettacoli di Berlusconi di gioco.
Il primo ministro avrà il suo giorno in tribunale. Ma qualunque sia l'esito del suo processo formale, egli passerà alla storia come un leader politico che ha rallentato l'adattamento del suo paese ai ruoli di genere moderno e accelerare il suo declino demografico. Gli italiani che protestano i suoi valori personali e politici non sono solo vincendo un maggiore rispetto per le donne. Essi sono il miglioramento delle prospettive del loro paese per il futuro.



LIBERE, NON LEGGERE


di Patrizia Caiffa, L’araldo abbruzzese
Vogliamo un Paese che rispetti le donne tutte”. Un grande striscione rosa appeso alla terrazza del Pincio e una piazza del Popolo a Roma stracolma di donne di tutte le età, ma anche uomini e bambini, senza simboli di partito né distinzioni.
Un milione di persone in 230 città italiane e 30 città straniere, “armati” di cartelli con slogan originali, indignati o curiosi: “L’Italia e le donne hanno ben altra dignità”, “La donna libera è l’assoluto contrario della donna leggera”, “L’Italia non è una Repubblica fondata sul favore (sessuale)”. E un flash mob iniziale: un minuto e mezzo di silenzio e un grido dal palco: “Se non ora quando?”. La piazza ha risposto a voce sola: “Adesso”.
Così si è svolta domenica 13 febbraio la manifestazione promossa da un gruppo di donne del mondo della cultura, dello spettacolo, della società civile, per reclamare il rispetto della dignità della donna. Un vento nuovo che ha percorso la penisola perché le donne italiane sono stanche di come vengono rappresentate dal mondo della politica e dei media e hanno deciso di dire “Basta”. Tanti gli interventi che si sono succeduti sul palco e tra questi, quello della missionaria della Consolata suor Eugenia Bonetti, responsabile dell’Ufficio “Tratta donne e minori” dell’Unione superiore maggiori d’Italia. Suor Eugenia ha vissuto in Africa per 24 anni, ha lavorato in un centro Caritas di Torino con le donne vittime di tratta e ora coordina centinaia di religiose che operano sulle strade, nei centri ascolto, nei centri di detenzione ed espulsione e nelle case famiglia.
Sono qui per dare voce a chi non ne ha” ha esordito “alle nuove schiave, vittime della tratta di esseri umani per sfruttamento lavorativo e sessuale, per lanciare un appello affinché sia riconosciuta la loro dignità e ripristinata la loro immagine di donne. A nome loro e nostro diciamo basta a questo indegno mercato del mondo femminile. L’immagine trasmessa è quella di una donna intesa solo come oggetto o strumento di piacere, di consumo e di guadagno”.
Suor Eugenia ha evidenziato poi una grossa contraddizione: “In questi ultimi tempi si è cercato di eliminare la prostituzione di strada perché dava fastidio e disturbava i sedicenti benpensanti. Abbiamo voluto rinchiuderla in luoghi meno visibili, pensando di aver risolto il problema, ma non ci rendiamo conto che una prostituzione del corpo e dell’immagine della donna è diventata ormai parte integrante dei programmi televisivi, della cultura del vivere quotidiano. Tutto questo purtroppo educa allo sfruttamento, senza alcuna preoccupazione delle conseguenze sui giovani”.
Troppo spesso” ha detto suor Eugenia “la donna è considerata solo per la bellezza del suo corpo. Il suo vero successo non può essere basato sul denaro, sulla carriera o sui privilegi dei potenti, ma deve essere fondato sulle capacità umane, sulla bellezza interiore e sul senso di responsabilità. Non possiamo più rimanere indifferenti di fronte a quanto oggi accade nei confronti del mondo femminile. Siamo tutti responsabili del disagio umano e sociale che lacera il Paese”. Da qui l’appello alle “autorità civili e religiose, alle agenzie d’informazione e formazione, alla scuola, alle parrocchie, ai gruppi giovanili, alle famiglie e in modo particolare alle donne”: riappropriarsi di quei valori e significati sui quali si basa il bene comune per una convivenza degna di persone umane, per una società più giusta e più libera.


D come donna e dignità


Corriere di Saluzzo, 14 febbraio
CUNEO – “La chiamavano Bocca di rosa, metteva l’amore, metteva l’amore…” le note della celebre canzone di De André risuonavano domenica pomeriggio in piazza Europa a Cuneo, risposta in musica a chi accusava di moralismo le organizzatrici della manifestazione “Se non ora, quando?” Sono arrivate da tutta la provincia, a centinaia, donne soprattutto (ma anche tanti uomini) e di tutte le età, studentesse, mamme con passeggino e bimbi al seguito, e mature signore che per un pomeriggio forse hanno ritrovato l’atmosfera di “sorellanza” che si respirava nelle manifestazioni femministe di alcuni decenni fa. Per affermare che “la dignità delle donne é la dignità del Paese”. Manifestazione dichiaratamente apartitica e senza bandiere, ma inevitabili gli slogan e le battute (con espliciti riferimenti alla vicenda “Berlusconi-Ruby” e al bunga bunga) all’indirizzo del premier, additato più come cattivo esempio da non imitare che come avversario politico da sconfiggere.
Radunata in piazza una folla di almeno 4 mila persone, verso le quattro il corteo si é mosso lungo corso Nizza, bloccando la circolazione delle auto, sotto gli occhi sorpresi dei bugia nen cuneesi, poco avvezzi alle mobilitazioni di piazza. I manifestanti, sotto la regia dell’assessore comunale di Cuneo Elisa Borello, hanno poi raggiunto ed accerchiato piazza Galimberti, incassando l’incoraggiamento di alcuni automobilisti e l’adesione dei passanti che hanno deviato dalle solite vasche sotto i portici per unirsi al corteo, reso più vario e colorato da un gruppo di artisti e suonatori di strada. “A chi dice che siamo state strumentalizzate, noi rispondiamo che non ci lasciamo intimidire: questo é solo l’inizio”.


Les Italiennes défilent pour défendre la dignité des femmes


Le Monde, 13 febbraio 2011
Toute la journée de dimanche 13 février, les Italiennes sont appelées à manifester contre le “machisme” de Silvio Berlusconi. L’initiative a été lancée par le mouvement intitulé “Si ce n’est pas maintenant, alors quand ?” qui dénonce “la représentation indécente et répétée de la femme comme objet nu de commerce sexuel dans les journaux, à la télévision et la publicité”.
Des cortèges ont démarré dès la fin de matinée à Palerme, Naples ou Trieste, et seront relayés dans les principales villes de la péninsule tout au long de la journée. “Défendons la valeur de la dignité des femmes”, proclamait une pancarte qui ouvrait la manifestation sicilienne.
De nombreuses Italiennes pensent que l’image que renvoie d’elles le scandale sexuel Rubygate – dans lequel Silvio Berlusconi est accusé d’avoir eu recours aux services d’une prostituée mineure lors de fêtes débridées dans sa résidence près de Milan – a été la goutte d’eau qui a fait déborder le vase.
A Trieste, dans le nord du pays, environ 3 000 personnes ont pris part au cortège qui a réclamé, entre autres, la démission de Silvio Berlusconi. “L’importance de cette manifestation réside dans la participation en commun de femmes et d’hommes, de jeunes et de vieux, d’intellectuels et de travailleurs”, a commenté Rosa Russo Iervolino, maire de Naples, qui a pris part au cortège organisé dans sa ville.
UNE MANIFESTATION  ”À DES FINS POLITIQUES” SELON LA DROITE
Même si aucune appartenance syndicale ou politique ne peut être revendiquée lors de ces manifestations, la majorité de droite les a dénoncées comme des attaques politiques dirigées contre le chef du gouvernement. “Ceux qui manifestent aujourd’hui dans les rues de nombreuses villes italiennes appartiennent à la mouvance antiberlusconienne fondée sur la gauche”, a déclaré Fabrizio Cicchitto, chef des députés du Peuple de la liberté, le parti de Silvio Berlusconi.
Les femmes qui descendent dans la rue aujourd’hui sont peu nombreuses et manifestent seulement à des fins politiques, a renchéri la ministre de l’éducation, Mariastella Gelmini. Qu’elles ne nous disent pas qu’elles veulent défendre leur dignité alors qu’elles sont les premières à qualifier de prostituée toute femme entrant chez le chef du gouvernement.”
Des manifestations de soutien sont également prévues à l’étranger : à Tokyo, une centaine de personnes ont protesté devant le centre culturel italien.










"Se non ora quando?" anche per i pensionati
La Uil chiama alla mobilitazione di massa


Riceviamo e pubblichiamo:
Siamo circa 8 milioni , di cui circa 5 milioni iscritti a UIL, CGIL e CISL. I motivi per una grande mobilitazione di massa per milioni di pensionati non mancano di certo: pensioni sempre più insufficienti, anche quelle che potevano apparire adeguate; risparmi consumati per aiutare figli e nipoti disoccupati, in gravi difficoltà per mutui o spese correnti. Aumentano i prezzi e i costi dei servizi; viene messo in discussione il diritto alla salute e all’abitare; tanti anziani si sentono lasciati soli e criminalizzati da chi ancora oggi propone “meno ai nonni, più ai nipoti”; diventano sempre più delusi, rancorosi e rischiano di cadere nel tranello del “sono tutti uguali”.
Non fa un bell’effetto leggere che una giovane, che si reca in uno dei palazzi del potere per una cena e una festicciola a base di coca-light, riceva un “attestato di riconoscenza” pari all’ammontare di sei mesi o un anno di una pensione. Milioni di pensionati che, iscrivendosi al sindacato, hanno scelto di non fare i conti da soli con il mondo, possono, mettendosi in movimento, aiutare anche il sindacato a ritrovare un minimo di unità e, comunque, a lanciare a tutti un messaggio preciso di speranza.
I pensionati sono tanti, sono ancora uomini e donne attivi che vogliono contare, per se stessi e per il loro Paese. Se non ora quando, hanno gridato in coro le donne il 13 febbraio. Noi uomini e donne pensionati impareremo la lezione?
Il Segretario Provinciale UIL Pensionati
A. Franco Palumbo



"L'8 marzo giorno del lavoro e delle donne"
Una coccarda rosa al posto delle mimose

Il comitato "Se non ora quando" vuol dare continuità alla grande manifestazione del 13 febbraio, ma senza cortei, solo un fiocco da appendere. E una piattaforma di richieste, a tutela della maternità e del precariato

"L'8 marzo giorno del lavoro e delle donne" Una coccarda rosa al posto delle mimose
Basta con le mimose e i regalini, l'8 marzo deve tornare a essere una festa laica del lavoro delle donne e un momento per rilanciare le rivendicazioni: al grido di "riprendiamoci l'8 marzo", il Comitato "Se non ora quando" vuole dare in questo modo continuità a ciò che la piazza del 13 febbraio, quando ha mobilitato un milione di persone, ha espresso.

Il gruppo di donne - attrici, registe, politiche, storiche, giornaliste - ha spiegato di aver scelto il simbolo della coccarda rosa per celebrare quest'anno la Giornata mondiale della donna. Un fiocco da appendere a una statua, a un albero, alla borsa, al motorino, alla finestra, alla giacca o al finestrino della macchina. E anche un fiocco "virtuale" con cui "legarsi tutte, nel 150esimo dell'Unità d'Italia, per una rinascita del nostro Paese". Ma nessuna manifestazione organizzata: troppo vicino il 13 febbraio, e poi quella era la "loro" manifestazione mentre l'8 marzo è una data che vede storicamente protagonisti tutti i movimenti femminili.

A Roma, comunque, ci sarà un "punto di presenza" a piazza Vittorio e altri tre punti in altrettante piazze della periferia; le 4 piazze saranno "collegate" da due camioncini che attraverseranno la città. Di rilievo l'iniziativa delle donne torinesi, che porteranno in dono alle "sorelle" della Locride alcune bandiere con il loro "Se non ora quando" da far sventolare nei loro paesi.

E all'universo delle donne italiane si rivolge la piattaforma di richieste che il comitato lancia in occasione della festa: congedo di maternità obbligatorio e indennità di maternità, congedo obbligatorio di paternità, norme che impediscano il licenziamento "preventivo" come le dimissioni in bianco sono le questioni rilevanti. "Bisogna tornare a considerare la maternità a carico della fiscalità generale" ha sottolineato Valeria Fedeli, ex sindacalista. Al centro, il tema della precarietà, che colpisce in modo massiccio le donne e soprattutto le ragazze.

"L'8 marzo può essere - ha spiegato Flavia Perina, direttrice del "Secolo d'Italia" e parlamentare del Fli - l'occasione per aprire un dialogo su questa piattaforma - il 5 marzo il Pdl ha organizzato una giornata di studi sul lavoro delle donne, perchè non confrontarsi anche su questo?. Nessun passo indietro rispetto ai temi del 13 febbraio - ha aggiunto - ci sarà occasione di riprendere quel discorso, a cominciare dal 17 marzo, festa dell'Unità d'Italia". "Riapriremo dopo l'8 marzo - ha assicurato Francesca Izzo - la grande discussione su cosa le donne vogliono fare e come contare sulla scena pubblica". 


Da Repubblica



Se c'è speranza, è nella scuola


Gentile Direttore,

di scuola pubblica ho parlato in tanti miei interventi su questa rubrica e altre simili. Basti pertanto richiamare il seguente apporto:

http://www3.varesenews.it/comunita/lettere_al_direttore/articolo.php?id=153442

Senza falsa modestia, posso dire di conoscere l'argomento abbastanza bene, in qualità di insegnante di scuola superiore, di ormai ventennale esperienza; in qualità di genitore, che è chiamata a scegliere il percorso scolastico idoneo ai propri figli; in qualità di ex studentessa, che si è avvalsa sempre di scuole statali, dall'asilo infantile al secondo corso di laurea (che non ho portato a termine).

Se ancora c'è rimasto un filo di speranza, di progredire, di uscire da questo tunnel, di sopravvivere alle invasioni barbariche, esso è nella scuola.

Se ancora c'è del buono in questa epoca di crisi profonda di valori e ideali, esso è nelle giovani generazioni. E il tentativo onesto di guidarle, che tanti educatori effettuano ogni giorno, mi pare il più lodevole tributo che si possa offrire all'umanità. Mi pare il lavoro più bello del mondo. Mi pare l'unico modo per tutelare la nostra tradizione, un sapere che è nostro patrimonio, identità, cultura, la civile convivenza.

Se pur ridotta come l'hanno ridotta, la scuola pubblica rimane l'unica vera fucina di pensiero critico, proposte, ideali, valori, pluralismo e democrazia.

Adesso basta! Non permetteremo tanto facilmente che ce la demoliscano, questa nostra amata scuola: per fortuna le famiglie, gli insegnanti e gli stessi studenti sono spesso più in sintonia di quanto sostiene il Presidente Berlusconi.

Dopo la protesta del "Se non ora, quando?" in tema di donne e svilimento della loro figura, proporrei un "Se non nella scuola pubblica, dove?" per ribadire l'importanza e la centralità di questa istituzione!
27/02/2011
professoressa Rita Gaviraghi
da Varese News



Le donne di “Se non ora quando” verso l’8 marzo


Quest'anno l'8 marzo avrà un profumo diverso, infatti, al dolce aroma della mimosa si mischieranno l'inebriante profumo della dignità e del rispetto. É ormai passato il tempo in cui fiori e regalini servivano a mettere a tacere il grido di quante rivendicavano diritti e reale uguaglianza.
« L'8 marzo, - hanno dichiarato le attrici, registe, giornaliste, politiche, che aderiscono al Comitato "Se non ora quando",- deve tornare ad essere una festa laica del lavoro delle donne».
A simboleggiare una ricorrenza che vuol essere nuova nelle modalità e nei contenuti sarà una coccarda rosa, un fiocco da appendere addosso o ad un oggetto o anche solo un fiocco virtuale con cui «legarsi tutte, nel centocinquantesimo dell'Unità d'Italia, per una rinascita del nostro Paese». Certo, l'idea è quella di dare continuità alla mobilitazione del 13 febbraio, ma nonostante ciò non ci sarà nessuna manifestazione organizzata. Le due date sarebbero state troppo vicine e poi soprattutto l'8 marzo è una festa che mette insieme diverse istanze e tutti i movimenti femministi.
Sarà comunque garantito, a Roma, a piazza Vittorio, un piccolo presidio, così come ne sono previsti altri tre in altrettante piazze della periferia, tutti collegati da due camioncini che attraverseranno la città. A Torino, l'8 marzo si tingerà inoltre anche dei colori della solidarietà, nel capoluogo piemontese, infatti, le donne porteranno in dono alle «sorelle» della Locride alcune bandiere con lo slogan "Se non ora quando" da far sventolare nei loro paesi. Oltre a gesti simbolici e dimostrativi verranno lanciate, dal comitato, sulla piattaforma, richieste ben precise a tutela dei diritti della donna come il congedo di maternità obbligatorio e l'indennità di maternità, il congedo obbligatorio di paternità, e le norme che impediscano il licenziamento «preventivo» come le dimissioni in bianco.
Particolare rilievo verrà conferito al tema della precarietà, che coinvolge numerose donne e soprattutto le ragazze. «Certo, l'8 marzo costituirà un'occasione per parlare di questa realtà, - ha spiegato Flavia Perina, direttrice del "Secolo d'Italia" e parlamentare del Fli -, aprendo un dialogo sulla piattaforma».
«Il 5 marzo, -ha continuato Perina,- il Pdl ha organizzato una giornata di studi sul lavoro delle donne, perchè non confrontarsi anche su questo?».
Sicuramente, tutte coloro che il 13 febbraio hanno manifestato il loro dissenso, assicurano che non verrà fatto alcun passo indietro anzi... «riapriremo dopo l'8 marzo - ha dichiarato Francesca Izzo - la grande discussione su cosa le donne vogliono fare e come contare sulla scena pubblica».


Comitato modenese “Se non ora quando?”, Le donne non si fermano. Appuntamento l’8 marzo alla Pomposa



A Roma è già diventata un’associazione. A Modena è al lavoro per organizzare le prossime uscite pubbliche e mettere a punto il programma futuro.
Il Comitato “Se non ora quando”, dopo la manifestazione nazionale delle donne del 13 febbraio scorso, che ha visto riempirsi 230 piazze italiane e 30 piazze straniere, anche a Modena ha mostrato una straordinaria forza di mobilitazione. A livello nazionale la partecipazione ha superato il milione. A Modena ha raggiunto le 5.000 presenze.
Per brindare al successo e fare il punto della situazione il prossimo appuntamento modenese è alle 18e30 di martedì 8 marzo in piazza della Pomposa.
I risultati – si è detto all’ultimo incontro del comitato modenese – sono sotto gli occhi di tutti. In piazza sono scese donne di ogni età, ceto sociale, cultura e di ogni appartenenza politica.
La parola d’ordine è inclusione, senza se e senza ma, per chi condivide gli stessi obiettivi. Come dire: nelle differenze diamo forza a ciò che ci è comune, che ci unisce. La partecipazione degli uomini è stata altissima e il messaggio chiaro: stop a un potere machista che umilia le donne, da subito proposte e iniziative sul tema del lavoro e della maternità e un’equa rappresentanza di genere nei luoghi dove si decide.
Altro tema scottante su cui puntare è l’informazione che le donne esigono veritiera e rispettosa.
Nel corso dell’incontro modenese è stato ricordato che il mondo intero ha guardato con interesse il movimento del 13 febbraio. Sono state 50 le televisioni straniere che hanno seguito l’evento, citato come segnale di grande vivacità civile e decisa condanna per uno sfruttamento delle donne che si consuma ora ai più alti livelli istituzionali.
Altro dato importante, che dà la misura della forza del tam tam informatico, gli oltre 100 mila contatti giornalieri al blog senonoraquando13febbraio2011.wordpress.com.
Il comitato modenese, in stretto rapporto con quello nazionale, si è dato l’impegno di proseguire con il supporto di tutti gli attori sociali che hanno aderito alla manifestazione del 13 (ma anche di tutti gli altri che vorranno aderire) e ha fissato un appuntamento per martedì 8 marzo alle 18e30 in piazza della Pomposa per un aggiornamento e per brindare al successo.


DONNE ITALIANE ALL’ESTERO – 8 MARZO – DA SICILIA MONDO: “SE NON ORA QUANDO: VALORIZZARE DONNE SICILIANE ALL’ESTERO”

(2011-03-01)
    “Se non ora quando?” è il tema prescelto da Sicilia Mondo per la XXVII edizione della Giornata dell’8 marzoFesta della donna siciliana nella società di insediamento per questo 2011.

    Non più, quindi, donna in emigrazione ma cittadina siciliana di pari dignità nella società di insediamento, spesso al centro della società civile nei settori della cultura, dell’economica e della comunicazione.

    Il tema di questo 2011 riporta lo slogan adottato dalle donne italiane che il 13 febbraio scorso sono scese in piazza per il rispetto della loro dignità ed i loro diritti.

    Un tema attualissimo in tutte le parti del mondo, comprese le democrazie più avanzate, per far sentire la propria voce ed acquisire maggiori spazi di democrazia e di partecipazione a conferma che, senza dignità e diritti delle donne, non esiste futuro per la società civile ma regressione.

    Sicilia Mondo, ripensando le  26 edizioni della Giornata, riportate nella propria rivista e le tantissime testimonianze fotografiche, pur registrando un notevole cambiamento delle donne siciliane all’estero, in linea con il progresso e la modernità, ritrova ancora valido, e forse rafforzato, il suo ruolo  come punto fermo e di riferimento nel focolare domestico, nella educazione dei figli e nella custodia dei valori della cultura e delle tradizioni di origine.

    Un ruolo eroico  e certamente di resistenza e di frontiere, in tempo di caduta di valori e di degenerazione della società in quasi tutte le parti del mondo. La valorizzazione della donna siciliana all’estero è, quindi, un atto doveroso di riconoscimento e di gratitudine da parte della società intera.

    E, tuttavia, nei paesi di tutto il mondo, nonostante si sia ridotto il divario, non risulta ancora raggiunta la parità completa dei diritti con l’uomo. “Se non ora quando?” diventa, allora, l’appuntamento annuale  e festoso per ricordare, far sentire la propria voce, guardare il futuro. Con speranza.
   
    E’ quanto scrive Sicilia Mondo nella lettera circolare inviata ai Presidenti delle Associazioni aderenti, ai delegati giovanili ed ai corrispondenti del giornale, con la quale propone, anche per questo 2011, il tradizionale “Incontro” con le donne della Associazione, esteso agli altri sodalizi ed Istituzioni locali.

    A Catania l’”Incontro”, con la partecipazione delle rappresentanti delle varie etnie di stanza a Catania, avrà luogo Martedì 8 marzo, alle ore 17.30, nella sede di Via Renato Imbriani.(01/03/2011 – ITL/ITNET)

Insegnanti e genitori in piazza
"Difendiamo la scuola pubblica"

Parteciperanno alla manifestazione del 12 marzo, ma faranno anche una giornata di protesta dal basso, sullo stile di quella delle donne, e con lo slogan: "Se non ora quando? Per una nuova primavera della scuola". La mobilitazione coinvolge anche i presidi dei consigli di Istituto che firmano la lettera: "Stavolta noi ci esponiamo". Garagnani (Pdl), già promotore del telefono-spia, contrattacca invitando a scendere in piazza contro la "politica in classe"

di ILARIA VENTURI
Insegnanti e genitori in piazza "Difendiamo la scuola pubblica"
Un momento delle proteste contro il ddl della Gelmini

Erano già intenzionati a scendere in piazza contro i tagli, l’avevano annunciato da giorni. Ma dopo l’attacco del presidente Berlusconi alla scuola pubblica lo faranno con una ragione in più, se possibile. Insegnanti e genitori si mobiliteranno a Bologna partecipando alla manifestazione indetta da Articolo 21 e dalle opposizioni a difesa della Costituzione e della scuola pubblica il 12 marzo. Ma lo faranno anche con una giornata di protesta nata dal basso, sullo stile di quella delle donne e lo slogan “Se non ora quando: per una nuova primavera della scuola”, probabilmente il 17 aprile. Il Pdl contrattacca organizzando una contro-manifestazione per liberare le classi dalla politica
In piazza per la scuola pubblica.
 “Ci stiamo organizzando”, spiega Giancarlo Ambrogio Vitali, voce dell’Assemblea delle scuole di Bologna, la sigla che riunisce docenti e genitori a difesa della scuola pubblica. “Le parole di Berlusconi sono vergognose, sono un attacco diretto alla Costituzione. E vengono dopo altre migliaia di parole contro la scuola pubblica, vengono dopo i tagli, per questo noi siamo mobilitati da tempo”. 
I presidenti dei consigli d'istituto
. La protesta corre nei sociali network e via mail, tra scuole. Coinvolge insegnanti, presidi, ma anche i presidenti dei consigli di istituto delle scuole di base. Dopo le dichiarazioni di Berlusconi, in una ventina hanno firmato una lettera dal titolo: “Stavolta noi ci esponiamo”. 
Contro-manifestazione del Pdl. 
Il deputato Fabio Garagnani, coordinatore del Pdl di Bologna, promotore in passato del telefono-spia contro "gli insegnanti comunisti", parte nuovamente all’attacco annunciando una contro-manifestazione del centro destra entro marzo contro “la politica e l’ideologia nella scuola bolognese ed emiliano romagnola”. “Per reagire alle provocazioni di Bersani - dice – e per confermare che nella nostra realtà esiste una massiccia opera di propaganda politica e partitica da parte di minoranze faziose di insegnanti”. Immediata la replica del Pd. “E’ Garagnani che è ideologico, si vergogni per i tagli che stanno massacrando la scuola pubblica. Indica pure la sua manifestazione, andrà deserta come è rimasto silenzioso il suo telefono-spia contro i docenti”, dice Francesca Puglisi, responsabile Scuola della segreteria nazionale Pd, ricordando l’opposizione che sarà fatta per bloccare i nuovi tagli alla scuola
da Repubblica


Eva contro Eva. L’8 marzo due manifestazioni delle donne, finiane separate





Flavia Perina
ROMA – Le donne del “Se non ora quando” stanno per fare bis di piazza. L’otto marzo, festa tradizionale dell’altra metà del cielo, è l’occasione per ricordare a che punto è finita questa Italia che non apprezza le sue potenzialità che sono tante e sono anche rosa. E’ l’Italia vista attraverso le cronache che dà in pasto ai giornali la vita del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi. Eppure non tutte le donne sono d’accordo nel dividere il genere in due, tra le buone e le cattive, tra chi fa la escort e chi non la fa.
Così l’8 marzo le manifestazioni saranno due:  i volti di Flavia Perina, Francesca Izzo e Elisabetta Eddis si divideranno dalla street parade femminista che partirà in Santa Maria in Trastevere.
Cinzia Paolillo, redattrice di Zeroviolenzadonne, secondo quanto riporta il Giornale ha contestato la dittatura del comitato: «È un’impostazione che esclude. Tutta giocata sull’immagine materna della donna che noi non condividiamo». La direttrice del Secolo ha detto: «Ma perché siete così incazzate voi?». Le femministe invece vogliono che si allarghi alle non italiane: «Che cosa facciamo con le migranti e le straniere. Non sono donne loro?». Dicono ancora: «Nel senso comune degli italiani le donne sono spesso considerate come sante o puttane. Il comitato sembra suggerire che o sono mamme, come la mamma Rosa di Berlusconi, o sono papi-girls, come quelle dell’Olgettina. Ma le donne non sono così. Queste gabbie ci stanno strette».
1 marzo 2011 | 12:40



Cgil, la lotta per i diritti e lo sciopero generale

Quanto può durare una politica basata sui ricatti di Berlusconi? E un sistema di relazioni industriali che esclude la Confederazione? Intanto continua la mobilitazione, dalla campagna su democrazia e rappresentanza alla protesta di tutti i lavoratori
di Paolo Andruccioli
di AlonsoChisciano (immagini di di AlonsoChisciano)

La domanda che circola è: quanto potrà durare? Si tratta di un quesito adattabile a vari contesti. Due immediati: quanto potrà durare una situazione politica basata sui ricatti del presidente del Consiglio, che è riuscito a bloccare un intero paese intorno alle sue questioni private? (Anche il governatore della Banca d'Italia, Mario Draghi, parla ormai di un paese fermo).

E quanto potrà durare un sistema di relazioni sindacali basato sul modello 
ad escludendum, come è stato definito dal segretario generale della Cgil, Susanna Camusso? Quello che ci si prospetta sembra essere un futuro insidioso fatto di nuove divisioni e forzature ripetute della Costituzione, di attacchi alla magistratura e di erosione progressiva degli equilibri giuridici ed etici e nello stesso tempo – sul piano sindacale - un futuro lastricato di accordi separati e dalla continua esclusione della Cgil dai tavoli di negoziazione, ma anche di vera e propria umiliazione della democrazia nei luoghi di lavoro (basti pensare alla mancata rielezione delle Rsu nel pubblico impiego).

Da una parte ci si chiede insomma se saremo destinati a morire berlusconiani (una volta si diceva democristiani) e dall'altra se siamo destinati ad uno scenario sociale in cui la separazione diventerà la norma. Le risposte a queste domande non sono scontate, visti anche gli ultimi sviluppi. 
L'accordo separato per il commercio, respinto della Filcams perché giudicato irricevibile e poco prima la messa in scena di un accordo per il pubblico impiegorigettato dalla Cgil che lo ha giudicato un passaggio inutile, sono solo gli ultimi atti di quel modello ad escludendum che rischia di diffondersi e di consolidarsi e che hanno visto nella vicenda Fiat una sorta di coronamento ideologico.

C'è una certa sintonia tra la domanda sul 
futuro politico di Silvio Berlusconi e la domanda sul futuro del sindacato. Certo sono piani e problemi molti diversi, quello della sfera politica e quello della sfera economica e sociale. Ma mai come in questo momento le due sfere sono state così condizionate. E quello che più sorprende è la capacità mediatica (perfino illusionistica) di cambiare le carte in tavola o rovesciare la frittata. Il sistema di comunicazione dominante condizionato da Berlusconi è frutto anche delle scelte concrete di alcuni ministri. Alcuni di questi rappresentanti della classe politica al potere hanno deciso di consacrare tutta la loro attività all'attacco contro la Cgil.

Non si tratta solo dell'antico 
divide et impera. Nelle loro scelte ci sono ragioni più profonde (o forse una rabbia ancestrale che chissà da cosa venne generata) che stanno modificando alle radici il sistema di relazioni. Si pensa ad uno stravolgimento definitivo del ruolo del sindacato, anche se da noi non siamo ancora arrivati a proposte di divieto generale del sindacato, come è appena successo nel Wisconsin, Stati Uniti d'America.Si teme ormai che la divisione sindacale possa essere considerata non solo un bene, ma quasi un fine
E purtroppo, a due anni dall'accordo separato del 2009, le divisioni tra Cgil, Cisl e Uil sono diventate così profonde che sembra quasi impossibile immaginare nuove strade per ritrovare l'unità, bene essenziale e vitale di ogni sindacato. Certo il Primo Maggio sarà celebrato insieme, a Marsala con i comizi dei tre segretari generali e in piazza San Giovanni a Roma con il grande concertone, ma è nella quotidianità, nella contrattazione che sembrano allentarsi le reti di comunicazione, come abbiamo visto di recente in occasione di iniziative che avrebbero potuto essere tranquillamente unitarie e invece sono state separate: le manifestazioni contro il dittatore libico e le iniziative a favore della Ttf, la tassa sulle transazioni finanziarie, ma anche la battaglia per la riforma fiscale.

In una situazione così delicata
 la Cgil non ci sta a farsi mettere nell'angolo. E non ci sta ad accreditare il logoro luogo comune del sindacato del no, o del sindacato dei veti. Questa percezione è stata molto evidente nell'ultima riunione del direttivo che si è concluso con un atto di responsabilità, come è stato spiegato da molti dirigenti sindacali e dai membri del direttivo, che ha accettato la proposta del segretario generale Susanna Camusso di dare mandato alla segreteria confederale di decidere la data dello sciopero generale.

La stessa parola d'ordine dello 
sciopero generale ha cambiato natura e significato da quando l'idea era stata lanciata inizialmente da una parte della Cgil a settembre. Per la minoranza si trattava di indire lo sciopero generale il più presto possibile perché tanto ogni altra strada si dava per persa. Per la segreteria confederale e per la maggioranza dell'organizzazione si trattava (e si tratta) invece di unire alla lotta anche iniziative in grado di far procedere in avanti l'intero percorso di cambiamento. E' questo il senso che ha il tavolo con la Confindustria e con gli altri sindacati sul rilancio dell'economia.

E' questo il senso delle marce per il lavoro e la 
campagna nazionale per la democrazia e la rappresentanza. In una situazione così deteriorata dal punto di vista politico la decisione sullo sciopero generale tiene conto anche e soprattutto della spinta che viene dalla società e dai luoghi di lavoro. Ma non basterà la “spallata”. La mobilitazione continua e utilizzerà tutte le “armi” a sua disposizione, compreso quindi lo sciopero generale proprio perché si vogliono raggiungere risultati tangibili e comprensibili da tutti i lavoratori.
Guai quindi a tralasciare tutto il resto: i tavoli, le campagne di informazione, la battaglia per arrivare ad una legge sulla rappresentanza e la democrazia. Ormai è chiaro che c'è qualcuno che ha immaginato un futuro delle relazioni sindacali senza la Cgil. C'è qualcuno che mentre parla di partecipazione dei lavoratori al destino delle imprese sogna di cacciare la Cgil fuori dai luoghi di lavoro. Ma la storia non si è fatta mai manovrare a tavolino. E come la politica non si può ridurre ad un uomo solo, così il conflitto sociale e la democrazia non si potranno incanalare a piacimento secondo i desideri rabbiosi di pochi uomini.
Per questo la Cgil continuerà a lottare per coinvolgere i lavoratori, le donne e i giovani, i precari insieme ai pensionati e per ottenere un nuovo modello contrattuale. Diciamo anche noi, con le donne, "se non ora quando", mentre le eccezioni al modello Marchionne-Sacconi cominciano piano piano a materializzarsi, come succede per esempio in Sardegna dove le tre sigle sindacali stanno conducendo una battaglia comune contro gli effetti devastanti della crisi. Per ora è solo un'isola.

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